PRIMA TAPPA: ARRIVO E L’ETOSHA PARK

Quando ho deciso di partire per la Namibia la reazione di amici e conoscenti è stata duplice. Alcuni, considerandolo il viaggio dei loro sogni, invidiosi. Altri, ugualmente numerosi, mi chiedevano invece interdetti: “Dove è la Namibia? In quale continente? E’ pericolosa? Ma, cavoli, per una volta non puoi andare a Gabicce o Riccione??”.

Pertanto, prima di tuffarmi nel racconto, ho il dovere di introdurre il paese, che ci ha ospitato: la Namibia.

Bene: guardate il mappamondo fino a quando il vostro sguardo non si sofferma sull’Africa meridionale. La Namibia è posizionata laggiù, stretta fra l’Oceano Atlantico, il Sudafrica e l’Angola. Il colore della sua mappa è il giallo ocra, perché il paese deve il suo nome al deserto del Namib, che ne domina il territorio, e mostra poche città, perché pur essendo vastissima, ha solo tre milioni di abitanti. E’ stata prima una colonia tedesca e poi una provincia sudafricana. Ora è, diciamo così, una democrazia stabile, dove lo stesso partito, quello della rivoluzione, vince regolarmente le elezioni con percentuali da fare invidia alla Bulgaria comunista. Di fatto è una immensa riserva naturale grande quattro volte l’Italia, un’oasi senza fine di solitudine e di libertà.

Il nostro è stato un viaggio on the road: circa 4000 km a bordo delle nostre fedeli, ma come capirete non troppo, 4×4, attraverso il paese. Partendo dalla sua capitale, Windhoek, salendo verso nord, attraverso l’Etosha Park e le remote e sperdute regioni del Kaokoland e del Damaralnd, fino al confine con l’Angola. E poi virando verso sud lungo la Skeloton Coast e in cima alle dune del Namib. Ogni giorno una nuova tappa, un nuovo paesaggio e un nuovo campeggio.

La prima tappa: l’Etosha National Park. Un’immensa distesa arida, grande quanto la Lombardia, dove non piove quasi mai. Il colore che la caratterizza è il bianco. Come il suo nome nella lingua oshivambo, che letteralmente significa “Grande luogo bianco. Come l’Etosha Pan, l’immensa depressione salina, che occupa gran parte del suo territorio. Come gli “elefanti fantasma”, chiamati così perché la terra con cui si cospargono la pelle li rende bianchi, proprio come fantasmi.

L’Etosha è poi speciale per altri motivi: l’acqua è rara e ospita diversi esemplari di rinoceronte nero, animale raro, purtroppo sterminato dal bracconaggio. E, poi, ogni notte si svolge un rituale antico: a partire dal tramonto, quando il caldo comincia a dare tregua, gli animali si avvicinano alle pozze d’acqua con un ordine preciso. Prima gli erbivori, come gazzelle, gnu e springbok. Poi, uno alla volta, le taglie più grosse: i rinoceronti, poi le giraffe, poi gli elefanti, che si avvicinano in fila indiana, con gli elefantini, protetti dal branco, al centro. E, infine, per ultimo come si confà ad un sovrano, arriva il re della foresta: il leone.

Ed è con questa prospettiva, che la prima sera, intorno alle 22, ci siamo avvicinati ad una pozza d’acqua. Ma nel nostro caso, forse perché eravamo italiani, cioè appartenti ad un popolo a cui piace, si sa, un approccio un po’ anarchico, questo rituale ha subito una variazione. Per primo è arrivato proprio il rinoceronte, che, pacifico e beato, ha bevuto, ha fatto il bagno e poi ha bevuto ancora. Fino a quando, in lontananza, non abbiamo visto avvicinarsi, sinuose ed eleganti, due giraffe. E dopo le giraffe, gli elefanti.

Ma poi, sorpresa… sono tornati i rinoceronti. Non un singolo esemplare, ma una famiglia intera con i piccoli. E questo è uno spettacolo raro, perché i rinoceronti sono animali burberi e solitari che si raggruppano in branco solo quando hanno i piccoli. Ed è così che questa volta la leonessa ha dovuto pazientemente aspettare lontano dalla pozza, perché è sì la regina, ma i rinoceronti sono grossi e fondamentalmente se ne infischiano e l’hanno tenuta a debita distanza.

Fino alle due del mattino, quando se ne sono andati e anche noi siamo tornati intenda. Il giorno successivo è iniziata la nostra ascesa verso nord.

SECONDA TAPPA: Il KAOKOVELD, IL DAMARALAND E IL POPOLO HIMBA

Dopo l’Etosha National Park, ci siamo diretti a nord, raggiungendo le remote regioni del Kaokeveld e del Damaraland.

Precisamente, remote significa questo: i centri principali, le metropoli di queste due province, sono villaggi con non più di 20 case, un bar e un negozio di alimentari, puoi percorrere anche cento chilometri senza incontrare una sola auto e incontrando solo rari alberi spogli, che resistono con le unghie e con i denti alla siccità. Insomma, descritti così, certamente non luoghi accoglienti, ma, vi assicuro, non privi di fascino. Il fascino di trovarsi in una regione isolata tra paesaggi sconfinati e a contatto con culture — quella Herero e quella Himba — e tradizioni realmente distanti da quella occidentale. Comunque, sia quel che sia, senza grossi intoppi, arriviamo alle cascate Epupa Falls, dove il deserto cede il passo ad un paesaggio più verde e la natura è meno ostile. Qui siamo, all’estremo nord del paese, letteralmente, al confine al confine con l’Angola, che si trova a pochi metri dalle nostre tende, sulla riva opposta del fiume Kunene, dove alcuni babbuini passeggiano tranquilli.

Siamo nella fase centrale del viaggio e per i prossimi giorni abbiamo due grandi obiettivi: il primo è spingerci ancora più a nord, verso una valle isolatissima, ma dicono le leggende, bellissima: il Marienfluss. Il secondo è incontrare e conoscere la popolazione Himba.

Ma il primo obiettivo lo falliamo miseramente: per raggiungere questa valle, dobbiamo percorrere con le nostre 4X4 centinaia di KM in territori completamente isolati utilizzando una mappa (la trovate fra le foto), che è stata disegnata da alcuni viaggiatori tedeschi e che avrebbe fatto invidia a Stanley e Linvigstone quando cercavano le foci del Nilo.
La prima parte del viaggio procede senza intoppi, ma, poco prima di imboccare l’ultima strada, ehm… sentiero, incontriamo un tipo bizzarro, un olandese chiamato Cornelius. Vive in queste zone, dove si è trasferito per aprire un campeggio, ed è un uomo simpatico, che sembra direttamente uscito da un romanzo di Konrad. E’ lui che, mentre ci racconta di come caccia i coccodrilli lungo il fiume, controlla la nostra mappa e ci avverte che il nostro percorso è impraticabile: sarebbe impossibile guidare le nostre 4X4 lungo l’ultima strada. Se vogliamo arrivare a Marienfluss, dovremmo percorrere un itinerario piu lungo, tornando verso sud e poi risalendo; la tratta più complicata- ci avverte — sarà quella finale, quando dovremmo percorrere circa 100 km, inclusi tre passi di montagna, su una sentiero sterrato prima di raggiungere finalmente la nostra meta.

Cosi’ torniamo indietro e proviamo a seguire il suo itinerario. Ma anche questo, che in teoria dovrebbe essere più semplice, è impraticabile: il rischio di avere un incidente, o di rompere le 4X4 mentre ci arrampichiamo sulla roccia, rimanendo poi isolati anche per giorni, è troppo elevato. Pertanto, a malincuore, desistiamo e torniamo indietro.

Fortunatamente siamo più fortunati con il nostro secondo obiettivo: incontrare il popolo Himba.

Gli Himba sono una minoranza etnica, di circa 15 000 persone, che abitano la Namibia settentrionale. Sono un popolo semi nomade, che vive principalmente di pastorizia. Abitano piccoli villaggi, ognuno dei quali è governato da un capo villaggio ed è abitato da poche famiglie; di fatto pochissimi uomini ,anche perchè gli Himba sono poligami, molte donne e moltissimi bambini.
In particolare sono famosi per l’acconciatura femminile: due trecce rivolte in avanti per le bambine e le adolescenti, i capelli sciolti in tante trecce rasta che impastano di ocra, burro e erbe, a cui aggiungono un ciuffetto di pelle di antilope (omarembe), che rivoltano se rimangono vedove, per le donne piu’ mature.

Noi abbiamo la fortuna di visitare due villaggi. Sono un popolo amichevole e ci accolgono con simpatia. Ci raccontano della loro giornata e ci descrivono la loro organizzazione sociale. Sostanzialmente è una società matriarcale, dove la donna, una volta sposata, abbandona la famiglia e si lega al clan del marito, trasferendosi in un altro villaggio; tuttavia rimane sempre legata alla famiglia d’origine, tanto che il figlio maggiore eredita dal fratello della madre e non dal proprio padre. Le donne si occupano dei lavori più pesanti e crescono i figli, alcuni dei quali — solo una minoranza — si trasferiscono poi in città per frequentare le scuole. Certamente non sono ricchi, ma non vivono nella miseria; e le pancine gonfie dei bambini sembrano più causate da condizioni igieniche precarie che da denutrizione.
Mi rimane impresso il racconto di una ragazzina: ha 15 anni e ci racconta che è stata appena promessa in sposa ad un uomo di un altro villaggio, situato a pochi chilometri di distanza, e fra poco dovrà trasferirsi. Ma è restia, perché non vuole lasciare la sua famiglia. Ci chiede se anche noi siamo sposati e se abbiamo figli e ascolta incredula le nostre risposte negative, confessandoci con orgoglio che lei vorrebbe avere almeno dieci figli.

E’ tempo di andare via: lasciamo loro alcuni semplici regali — penne e quaderni — e, mentre li salutiamo, osservo quanto siano, pur nella loro semplicità, fieri della loro cultura e delle loro tradizioni. Quanto a noi, è ormai giunto il momento di volgere verso sud. Siamo a metà del viaggio e ci dobbiamo dirigere verso la Skeloton Coast e poi il deserto del Namib.

TERZA TAPPA: SCENDENDO VERSO SUD, LA SKELOTON COAST E QUEI DUE TEDESCHI DI DORTMUND

Siamo ormai giunti al giro di boa del nostro viaggio e la terza tappa di questo racconto è dedicata alla Skeleton Coast.
Il nome, che letteralmente significa “la costa degli scheletri”, non trae in inganno: questo tratto di costa si sviluppa lungo l’Atlantico meridionale tra le foci del fiume Kunene e il deserto del Namib ed è particolarmente inospitale a causa del mare spesso in tempesta, del vento forte e freddo, che proviene dall’oceano e dall’Antartide, del deserto che si inabissa nel mare e della fitta nebbia che spesso avvolge questa regione. Per questi motivi era chiamata “la terra che Dio ha creato con rabbia” dai boscimani, e “le sabbie dell’Inferno” (as areias do Inferno) dai portoghesi. Mentre il nome attuale — “Skeketon coast”- si riferisce agli innumerevoli relitti, se ne contano più di un migliaio, che non hanno retto l’urto con questo tratto di mare.
Oggigiorno è un parco naturale, solo in parte percorribile in auto. Il nostro piano prevede di attraversarne un lungo tratto di 255 km, da Ugabmund a Wailvis Bay, per poi dirigerci verso la nostra ultima tappa, il deserto del Namib.
La strada è in pratica un lungo rettilineo, di sale e terra battuta. Tracciato a qualche centinaio di metri dalla riva, tra il deserto e l’oceano, e spazzato da raffiche di vento forti e improvvise, durante l’intera giornata è attraversato solo da poche auto e qualche sciacallo. Il sole che si riflette sul mare, sulle dune del deserto e sui cristalli di sale trasportati dal vento colorano questo tratto di costa di un bianco accecante. E il vento freddo, con le sue folate forti e improvvise, crea piccole tempeste di sabbia, che ci spesso ci costringono a rallentare fino a quasi a fermarci.
Sarebbe — uso il condizionale — una escursione bellissima. E il condizionale è, ahimè, voluto. Perché siamo inciampati su uno dei problemi più banali: la benzina.
Perché La Namibia è un paese vastissimo, quasi disabitato e i distributori di carburante non sono frequenti. E noi abbiamo fatto due sciocchezze: non procurarci delle taniche e non fare il pieno il giorno precedente. E cosi quando entriamo nel parco, e dobbiamo percorrere 255 km, noi abbiamo invece una autonomia molto inferiore: circa 175 km.
Decidiamo, non senza qualche nervosismo, di proseguire e di rischiare, pur consapevoli che durante questo percorso non ci sono distributori ufficiali e che ci dovremmo inventare qualche cosa.

Alla fine, se non siamo ancora laggiù, dispersi in mezzo all’Africa meridionale, è grazie ad una coppia tedesca: due arzilli sessantenni di Dortmund che sembrano usciti da un documentario di Woodstock che viaggiano su un fuori strada coperto di adesivi e targhette provenienti da tutta l’Africa.
Siamo, infatti, fermi lungo la strada, dove abbiamo appena avvistato i pezzi di una vecchia nave arrugginita spiaggiata sull’arenile, quando vedo da lontano avvicinarsi un fuoristrada con alcune taniche sulla cappotta. E così mi fiondo in mezzo alla strada, mi sbraccio e li blocco quasi buttandomi sotto il loro fuoristrada. E poi li imploro di venderci un po’ di gasolio. Loro sono gentilissimi e ci regalano (eh si, nemmeno vogliono essere pagati) una tanica di benzina che ci salva e ci consente di proseguire.
Ed è così che riusciamo a proseguire fino a a Walwis Bay. Non prima però di esserci fermati in un luogo davvero particolare: Cape Cross, dove c’è una delle più grandi colonie di otarie dell’intera Africa; sono centinaia, spiaggiate sull’arenile, con i loro versi a volte lamentosi, con il loro odore insopportabile, e con il loro racconto di una natura selvaggia e primordiale.
Dopo questa sosta arriviamo finalmente a Walvis Bay. Siamo quasi alla fine e manca solo l’ultima tappa, la importante: il deserto del Namib. E poi il ritorno in Italia.

 

QUARTA TAPPA: IL DESERTO DEL NAMIB E RITORNO

L’ultima tappa è dedicata alla regione più famosa del paese: Il deserto del Namib, considerato con i suoi 80 milioni di anni il nonno di tutti i deserti del mondo.
In verità, formalmente, gran parte del territorio del Paese è occupato dal Namib, che si estende dal confine settentrionale con l’Angola, fino alla frontiera meridionale con il Sudafrica. Ma il suo tratto più famoso, quello ripreso da tutti i documentari e quello verso cui siamo diretti, è all’altezza del Tropico del Capricorno. E’ la regione limitrofa a Sassuvlei, dove si trovano alcuni degli scorci più iconici di tutta l’Africa Australe.
Arrivarci non è, come al solito, una passeggiata: lasciata Walwis Bay, ci dirigiamo verso sud e ci inoltriamo nel deserto in territori isolati, solcati da poche strade in terra battuta. Il clima è, ovviamente, inospitale e le uniche ore del giorno in cui è possibile muoversi senza soffrire temperature proibitive, superiori ai 40 gradi, sono quelle dell’alba e del crepuscolo.
Noi siamo diligenti, ma non troppo: seguiamo la regola la prima sera, quando ci arrampichiamo su una duna per ammirare il sole, che tramonta nel deserto; e la mattina successiva quando, poco dopo l’alba, scaliamo la “Duna 45”, famosa per essere rivolta ad est e per consentire di ammirare il sole che sorge.
Ma non siamo diligenti, invece, quando ci addentriamo nel luogo più famoso di tutta la Namibia: il Sossuvlei. E’ una pozza d’acqua salina, talvolta inondata dalle piene del fiume Tsauchab, ma quasi sempre prosciugata. E’ colorata di un bianco accecante, sovrastato dal colore rosso delle dune, altissime e maestose, e macchiata dal nero degli alberi, delle acacie morte e pietrificate, che spuntano contorte sulla sua superficie.
Noi lo raggiungiamo nel momento peggiore: mezzogiorno. Ovviamente non c’è nessuno: gli unici esseri viventi sono alcuni springbok, che ci guardano incuriositi; mentre gli altri viaggiatori si sono dileguati ore prima, quando il sole ha iniziato a bruciare. La temperatura, intorno ai 45 gradi, è soffocante e ci sconsiglia di intraprendere le due escursioni per cui questa zona è famosa: la scalata di “Big Daddy”, con i suoi 390 metri, la duna più altra di tutta l’Africa, o della sua compagna “Big Mummy”. Per farle avremmo dovuto arrivare qui nel cuore della notte e arrampicarci lungo il loro crinale alla luce della luna, quando la calura era ancora sopportabile. Ma, a mezzogiorno, è impossibile. E sconsigliato. E ci limitiamo quindi alla escursione più breve, circa 3 km, che dal parcheggio ci porta al Sossuvlei. E questo luogo merita la sua fama. Per il contrasto dei suoi colori. Per il silenzio trasportato dai suoi venti. Per la maestosità delle sue dune. E, certo, anche per la sensazione di desolazione , che un ambiente così ostile ci comunica. Ci fermiamo mezz’ora, il tempo tempo necessario per respirarne il sapore il e per rimanere sopraffatti dalla sua calura soffocante. E poi torniamo al campeggio.

E’ l’ultima tappa del nostro viaggio. Il giorno successivo ci imbarchiamo e facciamo ritorno in Europa. Ed è giunto, quindi, il momento di salutare la Namibia.. Cosa mi è rimasto di questo paese? Quali sensazioni e quali immagini mi porto con me?
Mi porto con me il ricordo dei i suoi colori — dal bianco dei pan e della Skeleton Coast, al rosso dei suoi deserti — così diversi, ma ugualmente affascinanti, rispetto a quelli della savana.
L’immagine dei suoi cieli stellati, delle sue stelle cadenti e dei suoi tramonti infuocati.
Il sorriso del popolo, cosi diverso ma anche cosi ospitale.
La forza della sua natura, che tenace resiste ad un territorio ostile.

Ma, più di tutto, la sensazione di spazio e di libertà, che trasmettono i suoi deserti e una natura sconfinata.

          

Close Panel