Kenya, Prima Tappa
La Grande Migrazione attraverso il parco del Serengeti è uno dei più importanti spettacoli naturali del nostro pianeta. È un evento che si ripete sempre uguale da milioni di anni e rappresenta uno dei più importanti fenomeni migratori globali, ripreso e raccontato da decine di fotografi e documentaristi e studiato da biologi ed etologi, data la sua importanza per il mantenimento della biodiversita sul nostro pianeta.
In poche parole, consiste in questo: ogni anno un milione e mezzo di gnu e centinaia di migliaia di zebre e gazzelle compiono un percorso circolare di circa 800 km alla ricerca di pascoli verdi, acqua e cibo attraverso il parco del Serengeti, la più grande riserva naturale africana, lungo le pianure e gli altipiani di Tanzania e Kenya. Gli animali si muovono pressoché in colonna, a ritmo incessante, percorrendo anche 80 km al giorno.
Il loro percorso è grosso modo circolare: tra dicembre e marzo le mandrie stazionano a. sud del Parco, in Tanzania; qui partoriscono e compiono lo svezzamento dei piccoli; nei mesi successivi, durante la primavera, iniziano il loro cammino verso nord, costeggiando il fiume Grumeti, sempre in Tanzania; durante la nostra stagione estiva fra giugno e agosto, gli animali giungono quindi nel Masai Mara, che altro non è che la porzione kenyana del Parco, dove la vegetazione in questa stagione è più verde. E qui rimangono fino ad agosto, mese durante il quale riprendono il loro cammino, tornando infine a sud, in Tanzania, dove é partito il loro viaggio.
Gli animali coinvolti sono solo erbivori, di medie dimensioni, come gli gnu , le zebre e le gazzelle; mentre i carnivori, come i leoni e gli altri felini, ed i grandi erbivori, come gli elefanti e rinoceronti, sono animai generalmente più pigri e tendono a rimanere sempre stanziali, nella medesima area.
I momenti più spettacolari sono essenzialmente due: il primo é il periodo dei parti e del successivo svezzamento, che è solito avvenire in primavera nelle pianure tanzaniane.
Il secondo é il periodo estivo, quando le mandrie attraversano il confine fra Kenya e Tanzania ed entrano nella porzione kenyana del Parco, il Masai Mara. Per farlo devono superare un collo di bottiglia: guadare il fiume Mara, che delimita il confine fra i due paesi. E devono farlo due volte: a Giugno, quando da sud entrano in Kenya, e ad Agosto, quando tornano indietro per completare il loro percorso.
In teoria sembra facile: infondo il Mara non è il Nilo. Si tratta di un fiume a carattere torrentizio. largo solo qualche decina di metri, un centinaio al massimo durante la stagione estiva. Non dovrebbe essere un ostacolo insormontabile per animali abituati a percorrere decine di km al giorno. Solo che invece facile non è, perché ci sono tre grossi ostacoli….
Ma probabilmente sono andato troppo avanti nel racconto e sono partito dalla fine e dal momento più emozionante del viaggio, ovvero la grande migrazione. Senza raccontarvi nulla del paese, il Kenya, che abbiamo visitato. Riavvolgiamo il nastro quindi e partiamo dall’inizio.
KENYA, SECONDA TAPPA
Ma facciamo un passo indietro e riprendiamo il racconto, dando qualche informazione sul paese che abbiamo visitato: il Kenya.
Il nostro è stato un viaggio essenzialmente naturalistico, un viaggio fra i principali parchi del paese. E’ stata invece carente, essenzialmente per ragioni di tempo e di sicurezza, la parte etnografica e l’incontro con le sue genti si è limitato ad uno sguardo veloce, spero non superficiale.
Cosa mi è rimasto della nostra navigazione attraverso questo paese? In primo luogo — ne ho scritto e ne scriverò ancora — il piacere di avere attraversato una natura strabordante. Ma oltre a questo, che clima ho respirato? Che impressioni ho avuto?
Senza la pretesa di essere esaustivo, vi lascio con tre flash.
Il primo, divertente, quantomeno per chi non è obbligato a salire su una jeep: in Kenya non ci sono semafori. Scritto cosi’… forse è un po’ streched: alcuni semafori ci sono, rari, quantomeno a Nairobi (comunque una metropoli di cinque milioni di abitanti) e nelle altre città. Ma fuori dalle città, non credo di averne mai visto uno. Il traffico, in sostanza, si autoregola, creativamente, all’interno di una sorprendentemente ordinata anarchia: sorpassi azzardati, code chilometriche, gimckane fra camion incolonnati e mercati improvvisati ai lati della strada. Tutto è concesso, compreso qualche brivido di troppo per chi si avventura in mezzo a questo caos.
Il secondo, più serio, riguarda la composizione etnica del Paese. Che è un vero e proprio melting pot: circa 70 gruppi etnici e due lingue ufficiali, lo swahili e l’inglese, ma più di 60 idiomi locali, parlati dalle varie comunità. Complessivamente circa 53 milioni di abitanti, quasi raddoppiati negli ultimi venti anni e un età media, di circa 20 anni, incredibilmente bassa.
La composizione del Paese è cioè quella tipica di molte ex colonie africani: non è un monolite, composto da una sola comunità e da un’unica tradizione. Ma l’unione di storie e tradizioni, di etnie, diverse, che la travagliata storia coloniale ha unito sotto una sola bandiera.
Il terzo flash, riguarda invece sempre la popolazione e rivela anche in questo una diversità profonda del Kenya rispetto ai paesi occidentali: in questo paese vige la poligama. Il che è strano se si pensa che la religione piu’ diffusa è quella cristiana. Ma lo è meno, se si osserva che la poligamia è un retaggio culturale profondamente radicato nelle comunità tribali del paese. La nostra guida, ad esempio, aveva 2 mogli e 4 figli dall’una e dell’altra.
Ma questa è una altra storia e ve la racconto nella prossima tappa…
KENYA, TERZA TAPPA
Mentre preparavo il viaggio, leggevo di un aspetto della vita in questo paese che mi ha incuriosito. E cioè l’importanza della corsa, e nello specifico delle gare di fondo e di maratona, nella cultura del paese: il Kenya è, in assoluto e di gran lunga, il Paese dominatore di questo tipo di gare. In verità non tutto il Kenya, ma solo una sua parte: i membri dell’etnia Kelenjin, cioè il 10% del popolo kenyano, circa 5 milioni di persone. Fornisco alcuni dati: un tempo importante, nella maratona, sono le due ore e dieci minuti; chi è capace di correre sotto questo limite è un atleta di livello. Ebbene questo tempo è stato corso da soli 17 atleti americani in tutta la storia dell’atletica leggera; mentre, nel solo 2011 sono stati ben 32 gli atleti Kelenjin capaci di infrangere questo limite.
Un secondo dato: negli ultimi 25 anni, la maratona olimpica, la gara principe dei giochi, è sempre stata vinta da atleti e atlete kenyani. E da quando il Kenya è indipendente, e cioè dal 1963, il dominio kenyano in queste gare è tale che nel medagliere dell’atletica leggera il Kenya è dietro solo agli Stati Uniti e all’ex Unione Sovietica.
L’importanza della corsa in Kenya ha favorito la nascita di veri e proprio “Running Camp”, in sostanza scuole, dove gli atleti più promettenti vivono e si allenano. Sono posizionate in altura, sugli altopiani, oltre i 2000 m, spesso accanto a foreste o territori ricchi di vegetazione in modo da consentire agli atleti di allenarsi in un microclima ricco di ossigeno. I ritmi sono militari: i ragazzi iniziano ogni mattina, all’alba, correndo mezza maratona (cioè 21 km, mica bruscolini …). E replicano con un secondo allenamento nel pomeriggio. Gli allenamenti poi non sono mai individuali; gli atleti corrono sempre in gruppo: i passisti, cioè i corridori bravi a tenere una velocità per lunghe tratte, dettano il ritmo; mentre gli scattisti, cioè i corridori dotati di maggiore accelerazione, guidano gli allenamenti più brevi, quando vengono provati i cambi di ritmo.
La ragione per la quale tutti i migliori corridori nascano in questa piccola regione in mezzo alla Rift Valley è ovviamente un piccolo e grande mistero sportivo: verosimilmente è un mix di genetica, attitudine alla fatica, caratteristiche socio culturali e probabilmente, non ultima, l’ambizione di emergere di una popolazione povera che vede proprio nell’atletica leggera una possibilità di riscatto. Insomma, sostanzialmente non si sa. Ma certamente questo aspetto è una caratteristica che incuriosisce e, quantomeno per chi è sportivo come me, un motivo di fascino.
KENYA, QUARTA TAPPA
Giunto quasi alla fine di questo racconto, pubblicato con molto ritardo, mi accorgo di avere dedicato poco spazio ai veri protagonisti del viaggio: gli animali della savana. Cerco di rimediare ora. Ma non mi dedicherò ai leoni, agli elefanti o ad uno dei Big Five. Ma di un’altra specie, molto bistrattata nei racconti popolari, perché butta, sgraziata e aggressiva.
La iena.
Perché voglio dedicare spazio alle iene nel mio racconto, vi chiederete. Per due motivi: in primis, perché le abbiamo viste cacciare e mi hanno impressionato: rapidissime, cacciano coordinate, in branco, aggrediscono la preda in gruppo, attaccandola da diversi lati; e, una volta presa, mantengono la loro disciplina anche nei momenti successivi, quando sventrano la preda: prima si avvicinano i membri più importanti del gruppo e solo dopo, rispettando la gerarchia, è il turno degli altri animali.
Questo comportamento, e arrivo al secondo motivo della mia curiosità, riflette una vita sociale complessa, che vale la pena raccontare.
KENYA, QUINTA TAPPA
Ed eccoci all’ultima tappa del viaggio. E, giunto alla conclusione, il protagonista di quest’ultimo racconto non poteva che essere il leone.
Di leoni ne abbiamo visti tanti. Alla fine, quando si fa un safari, è abbastanza frequente incontrarli. In primo luogo, perché, sebbene il loro numero sia in diminuzione, sono ancora una popolazione abbastanza numerosa della savana sub-sahariana. In secondo luogo, perché è fondamentalmente un animale pigro: se si esclude il momento della caccia, prevalentemente notturna, la sua attività preferita è dormire sotto una acacia. E infine, terza ragione, perché non è affatto un animale timido: conscio del suo stato di re della savana, non si nasconde.
Vi racconto un episodio: una mattina, presso il lago Nakuru, abbiamo avuto la fortuna di vivere questa esperienza: improvvisamente, un leone maschio è sbucato di fronte a noi, in mezzo alla strada. E con calma serafica ha camminato accanto alla nostra jeep per un paio di km. Sembrava un corteo reale: mentre lui camminava maestoso, gli altri animali, circospetti, lo guardavano sospettosi, a debita distanza a lato della strada; non importa se fossero piccole gazzelle o grandi ippopotami: la natura, al passaggio del leone, si inchinava silenziosa e rispettosa al suo passaggio.
In verità, la vita del leone è meno romanzesca. Sono animale prevalentemente notturni e territoriali, che rimangono per tutta la vita nella stessa area. Non migrano mai e sono organizzati in branchi. . Le leonesse hanno un ruolo centrale nella vita del gruppo: il branco è principalmente costituito da un gruppo di femmine, imparentate per generazioni, che condividono lo stesso territorio. A loro spetta principalmente il compito di cacciare, che svolgono prevalentemente con modalità cooperative, e l’educazione della prole: i leoncini vengono cresciuti ed educati in gruppo dalla loro madre e dalle sue sorelle.
Il ruolo del maschio è invece più defilato, per molti aspetti subalterno, a quello della femmina. Ma non è sottomesso come nel caso delle iene. Essenzialmente il suo compito è quello di proteggere il territorio: i branchi di leoni sono stanziali e quando il branco è minacciato, per esempio da un clan di iene o da altri leoni maschi, allora è dovere del maschio difenderlo. Più raramente partecipa alla caccia, dove interviene solo quando si fronteggiano prede grandi, come bufali o giraffe, e c’è bisogno del suo aiuto.
E, infine, non da ultimo, il ruolo del leone è quello di difendere la sua discendenza: le femmine di un branco infatti si accoppiano con un solo maschio. Pertanto, quando diventano adulti e raggiungono la maturità sessuale, compiuti i due o tre anni di età, i giovani leoni vengono scacciati dal maschio dominante del branco. E iniziano una vita nomade fintanto che non trovano a loro volta un nuovo branco “da conquistare”, scacciando il maschio fino ad allora regnante.
Una volta conquistato il dominio, il regno del leone spesso inizia tuttavia in modo crudele: uccide tutti i cuccioli non suoi. Lo fa essenzialmente per garantire la sua discendenza: l’uccisione dei piccoli interrompe infatti bruscamente l’allattamento delle madri, che rapidamente rientrano nella fase riproduttiva consentendo al nuovo maschio di generale la sua prole. L’impatto di questa pratica crudele è numericamente importante: circa l’80% dei cuccioli di leoni non raggiunge i due anni di età, spesso proprio a causa degli infanticidi subiti durante i cambi di dominio.
La vita del leone maschio conclude poi il suo ciclo in modo triste: divenuto anziano e scacciato dal branco da un nuovo giovane maschio, inizia di nuovo una vita solitaria, talvolta in coppia con uno dei suoi fratelli, ai margini della savana.